In arrivo la nona relazione sulla Politica di Coesione. Tempo di giudizi anche per il Recovery

 

Commissaria Elisa Ferreira - Photo Credit: European Union, 2023 - Photographer: CCommissaria Elisa Ferreira - Photo Credit: European Union, 2024 - Photographer: Andrei PungovschiIl gruppo di alto livello sul futuro della Politica di Coesione ha concluso il suo ciclo di incontri ed elaborato la relazione finale su cui si baseranno le proposte della Commissione europea per i fondi strutturali europei post 2027. Nel mese di febbraio si attende però anche la valutazione di medio termine dell'Esecutivo UE sul Recovery and Resilience Facility, tassello essenziale per l'analisi sull'efficacia del RRF, ma anche per capire se il meccanismo sperimentato con i PNRR potrà condizionare la prossima Politica di Coesione.

Recovery e Politica di Coesione: ispirazione o sostituzione per il post 2027?

I due percorsi procedono su binari paralleli. Da una parte c'è il gruppo di alto livello costituito dalla Commissione all'inizio del 2023 e posto sotto la guida del professor Andres Rodriguez-Pose della London School of Economics per scadagliare punti di forza e di debolezza dell'attuale Politica di Coesione, individuare i nuclei imprescindibili da mantenere nella programmazione 2028-2034 e le innovazioni da introdurre. La scorsa settimana si è tenuto il decimo e ultimo incontro, dedicato alla discussione sul report finale degli esperti, che dovrebbe ora essere pubblicato e fungere da base per la nona relazione sulla Politica di Coesione della Commissione europea.

Dall'altra parte, c'è la relazione contenente la valutazione di medio termine del Recovery and Resilience Facility che, in base al regolamento sul RRF, la Commissione deve presentare entro il 20 febbraio 2024 e che servirà a misurare efficacia, valore aggiunto europeo e coerenza degli interventi rispetto agli obiettivi del Dispositivo di ripresa e resilienza.

C'è però un punto in cui i due percorsi si intrecciano. Tra i temi del dibattito sul futuro della Coesione c'è infatti anche la possibilità di trarre ispirazione dall'esperienza dei PNRR per mutuarne alcuni elementi nella programmazione dei fondi strutturali. Il giudizio sul RRF che emergerà dalla valutazione di medio termine della Commissione potrebbe iniziare a gettare luce su quanto del meccanismo alla base dei PNRR possa essere assorbito da una Politica di Coesione che si prepara a cambiamenti radicali.

Verso la Politica di Coesione 2028-2034

Il gruppo di alto livello sulla Politica di Coesione è stato istituito dalla Commissione esattamente un anno fa, il 31 gennaio 2023, per riflettere sulle principali sfide identificate dall'ottava relazione della Commissione europea e costruire una solida base di lavoro teorica per la progettazione della futura Politica di Coesione, quella del ciclo 2028-2034.

Nel corso dei loro incontri, lungo tutto lo scorso anno, gli esperti hanno quindi dibattuto di quanto la politica dell'UE sia effettivamente in grado di sostenere le finalità della coesione, di come trovare un equilibrio tra il focus sugli obiettivi di lungo termine e l'impiego flessibile dei fondi strutturali per gestire situazioni di emergenza, come avvenuto per il Covid e la crisi energetica, ma anche della futura governance e del rafforzamento della capacità istituzionale delle amministrazioni che gestiscono i programmi cofinanziati dai fondi UE.

Le conclusioni strategiche e le raccomandazioni del gruppo saranno raccolte in un report finale, discusso dagli esperti già la scorsa settimana, la cui pubblicazione è prevista per l’inizio di quest'anno. Conclusioni e raccomandazioni che confluiranno nella nona relazione sulla Politica di Coesione, il documento con cui la Commissione europea presenterà le opzioni per il post 2027 e preparerà il processo legislativo per la riforma del quadro normativo, che dovrebbe partire nel corso del 2025.

L'aspettativa è che la Politica di Coesione andrà incontro a un cambiamento radicale. Da una parte l'emergere di priorità sempre nuove e sempre più pressanti a livello UE mette a dura prova l'assetto attuale che vede l'obiettivo della coesione economica, sociale e territoriale assorbire circa un terzo del bilancio pluriennale dell'Unione. Tanto più considerando i noti limiti di efficacia nella messa a terra dei fondi strutturali. Dall'altra l'eventuale ingresso di nuovi Stati membri, che potrebbero aderire all’UE durante il prossimo periodo di finanziamento, imporrebbe degli aggiustamenti, anche rispetto ai criteri di accesso ai fondi della Coesione.

C'è poi la questione di cosa raccogliere dell'esperienza del Recovery and Resilience Facility (RRF), uno strumento pensato come temporaneo in risposta a un'esigenza immediata, ma che si ritiene avrà forti implicazioni sull’architettura della Coesione post-2027, a cominciare dall'applicazione dell'orientamento al risultato e dei meccanismi di pagamento sganciati dai costi, accentuando una tendenza tra l'altro già presente nell'attuale programmazione 2021-2027.

Per approfondire: L'ottava relazione sulla Politica di Coesione e il Gruppo di alto livello

Il parere del Comitato delle Regioni sulla Coesione post 2027

Allo stesso tempo, ci sono alcuni principi chiave che la maggior parte degli stakeholder premono per mantenere. Pensiamo alla governance multilivello, all’approccio place-based, al principio di partenariato.

Sono i temi al centro della posizione del Comitato delle Regioni (CdR), che ha già adottato il suo parere sul futuro della Coesione nella plenaria del 29 novembre scorso. Il parere, elaborato dal Presidente del CdR, Vasco Alves Cordeiro, e dal presidente della commissione COTER, Emil Boc, individua una serie di punti fermi.

Anzitutto, le risorse destinate alla Coesione nel prossimo settennato dovrebbero essere almeno equivalenti a quanto previsto nel periodo 2021-2027, inclusa l'integrazione a titolo di REACT-EU, e andare a beneficio di tutte le regioni europee.

Il CdR rilancia anche una proposta cara alla commissaria Elisa Ferreira, che vorrebbe applicare il principio del "non nuocere alla coesione" a tutte le politiche dell'UE, al pari del Do no significant harm (DNSH).

Allo stesso tempo la Coesione deve funzionare meglio, anche per rispondere alle critiche dei suoi detrattori “in modo che non vi siano dubbi circa il suo ruolo di principale strumento di investimento dell'UE per conseguire la coesione economica, sociale e territoriale a lungo termine”. Anche la misurazione dei benefici, e le modalità di comunicazione ai cittadini andrebbero ripensate: parlarne solo in termini di “tasso di assorbimento dei fondi” concentra l'attenzione più sul ritmo di spesa che sui risultati.

Per il Comitato delle Regioni servono anche un quadro strategico unitario, una sorta di "patto di partenariato europeo", che garantisca coerenza nella programmazione a livello UE, pur garantendo la partecipazione degli enti locali e regionali, e nuovi indicatori qualitativi e quantitativi. Questi indicatori aiuterebbero a misurare le diverse vulnerabilità dei territori, ma anche a definire più correttamente l'ammissibilità alla Politica di Coesione e a progettare risposte adeguate alle differenti sfide. Indicatori che vadano oltre il Pil, anche considerando che l'allargamento dell'UE porterebbe a una riduzione del reddito pro capite medio, che potrebbe alla fine escludere alcuni territori dall'accesso ai fondi.

La riforma della Politica di Coesione dovrebbe portare anche a nuove semplificazioni nell'architettura complessiva dei finanziamenti europei e nelle procedure amministrative a carico delle autorità di gestione e di audit e dei beneficiari, cui dovrebbe aggiungersi il ripristino del FEASR nella cornice del Regolamento contenente le disposizioni comuni ai fondi UE. Ad accelerare i tempi di attuazione potrebbe contribuire anche un incremento dei livelli di prefinanziamento, che le Regioni vorrebbero non inferiori al 13% nel primo anno di attuazione, per facilitare l'accesso ai fondi per PMI e ad altri beneficiari con liquidità limitata.

Infine, quanto al rapporto con l'esperienza del Recovery and Resilience Facility, la priorità del CdR è chiara: quale che sia la valutazione del RRF e lo strumento di follow-up del Dispositivo per la ripresa e la resilienza che si vorrà eventualmente implementare, l'attuazione dovrebbe essere sempre in regime di gestione concorrente, chiudendo con l'esperienza di gestione centralizzata dei fondi europei che ha caratterizzato i PNRR.

Tra l'altro, osserva il CdR, “non vi sono prove chiare che la governance nazionale sia più efficace di una governance decentrata o multilivello”. E in effetti in Italia le performance dei Programmi operativi nazionali gestiti dai Ministeri sono, con alcune eccezioni, peggiori di quelli regionali. La relazione intermedia della Commissione sul Recovery dovrebbe fare luce anche su questo aspetto.

Per approfondire: Consulta il parere del Comitato delle Regioni "Il futuro della politica di coesione dopo il 2027"

Per continuare a leggere gli articoli inserisci la tua...
o

Questo sito web utilizza i cookie! Acconsenti ai nostri cookie, se continui ad utilizzare questo sito web.